21/03/1938 ore 14.00
Tema natale di Luigi Tenco
Cassine (AL)
Tema natale del Festival
29/01/1951 ore 22.00
San Remo (IM)
Festival - Rivoluzione Solare 1966
Festival - Rivoluzione Solare 1967
Festival - Rivoluzione Solare 1977
Fig.1
Fig.2
Fig.3
Fig.4
Fig.5
Il mistero è fitto: una registrazione RAI del 1951 mostra Nunzio Filogamo che esordisce sul palco del salone delle feste del C

Il mistero è fitto: una registrazione RAI del 1951 mostra Nunzio Filogamo che esordisce sul palco del salone delle feste del Casinò di Sanremo con il celeberrimo saluto Cari amici vicini e lontani, buonasera. Nell'interessantissimo libro L'Italia di Sanremo, di Gianni Borgna, invece, viene riportato che il presentatore salutò in modo compassato il pubblico con le seguenti parole:

 

    Signore e signori, benvenuti al Casinò di Sanremo per un'eccezionale serata organizzata dalla Rai, una serata della canzone con l'orchestra di Cinico Angelini. Premieremo, tra le 240 composizioni inviate da altrettanti autori italiani, la più bella canzone dell'anno. Le venti canzoni prescelte vi saranno presentate in due serate e saranno cantate da Nilla Pizzi e da Achille Togliani con il duo vocale Fasano.

   

    Chi avrà ragione? Non è dato sapere. Ma su un fatto non ci sono dubbi: il Festival di Sanremo prende il via lunedì 29 gennaio 1951 alle ore 22. Ed è questo che a noi interessa.

    Uno sguardo al tema natale del Festival (fig. 1) si rende obbligatorio. Acquario con Ascendente Bilancia (quest'ultimo anche segno tela di fondo), con Urano al Mediocielo e Saturno-tempo congiunto all'Ascendente e trigono al Sole: tutto ciò rendeva evidente fin da subito che la manifestazione appena nata aveva i crismi dell'innovazione ed era destinata a durare nei secoli dei secoli. La Luna splendidamente aspettata in casa seconda testimonia sia gli interessi economici che pian piano sarebbero gravitati intorno alla manifestazione, sia i guadagni derivanti dalla vendita dei dischi (la sola Nel blu dipinto di blu vendette oltre 22 milioni di copie in tutto il mondo, al pari di White Christmas di Bing Crosby; solo Elton John con Candle in the wind dedicata a Diana Spencer, è riuscito recentemente a superare tale record). La Luna (soprattutto per via del trigono a Venere in casa quinta) testimonia probabilmente anche la particolare predisposizione a menzionare zuccherosamente e ruffianamente la "mamma" nei titoli e nei testi delle canzoni: da Tutte le mamme di Giorgio Consolini e Gino Latilla, vincitrice dell'edizione del '54, alla funerea E la barca tornò sola, sempre del '54, che narrava di tre fratelli pescatori che avevano "una mamma bianca, una barca nera e tre cuori ancora da creatura" (brrrr....), proseguendo con Le mamme di Toto Cutugno, seconda nell'89, fino ad arrivare a Portami a ballare di Luca Barbarossa vincitrice nel '92, brano un po' melenso nel quale la mamma è protagonista, insieme al figlio, di una struggente serata in balera. Per non parlare dei buoni sentimenti sempre trasudanti dai brani (e ancora una volta dobbiamo citare, a mo' di esempio, Toto Cutugno) o dell'immagine e del look - simbologie riconducibili alla Luna-casa seconda - sia del Festival (che nel corso degli anni ha saputo sempre più rinnovarsi: merito del trigono che la Luna stringe con Urano?) sia dei cantanti presenti, i quali per far colpo hanno sempre puntato, se non altro dagli anni '80 in poi, oltre che sul proprio brano anche su vestiti, trucchi ed effetti speciali (il "pancione" della Bertè nell'edizione '86, per ricordarne uno). Senza contare che il Festival ha raggiunto nel corso degli anni una popolarità planetaria, approdando addirittura all'eurovisione e alla mondovisione televisiva (Luna-masse-folle-popolarità): quanta differenza con la prima edizione, durante la quale, ricorda Gianni Borgna, le canzoni vennero presentate di fronte ad una platea distratta e un po' snob, intenta a cenare intorno a tavolini tipo vecchio cabaret o café-chantant (nel corso della seconda serata fu persino necessario reclutare un po' di gente da piazzare qua e là per riempire i tavoli vuoti). Non è da escludere, inoltre, che la Luna-donna in trigono ad Urano-immediatezza possa anche segnalare il subitaneo dominio incontrastato delle cantanti donne nelle prime tre edizioni del Festival: Nilla Pizzi, la regina, vince nel '51 e nel '52, Carla Boni e Flo Sandon's vincono nel '53 (con la Pizzi al secondo posto). Gli uomini, rappresentati dal Sole in trigono al lento Saturno, dovranno aspettare il '54 per vincere (ma nel '56 verranno di nuovo messi al palo da Franca Raimondi, Tonina Torielli e Luciana Gonzales, piazzatesi ai primi tre posti ).

    Ma più che l'analisi del tema di Sanremo, a mio avviso, è interessante l'esame di alcuni eventi significativi che hanno caratterizzato la storia del Festival.

    Nel '55, per la prima volta, il Festival viene ripreso dalle telecamere della neonata televisione nazionale. Giove, maestro della casa terza-mezzi di comunicazione in Sagittario- paesi stranieri transita in casa decima, Nettuno si congiunge alla Luna, maestra di decima, e trigona Venere in casa quinta-palcoscenico: forse sono questi gli indicatori astrologici che testimoniano l'espansione a macchia d'olio della popolarità del Festival (la finalissima verrà addirittura trasmessa in Francia, Belgio, Olanda, Germania e Svizzera). Ma la vera rivoluzione festivaliera scoppia nel '58, con l'arrivo di Domenico Modugno e di Johnny Dorelli e la loro Nel blu dipinto di blu, che scuote fragorosamente una manifestazione canora fino a quel momento musicalmente retorica e piagnucolosa, paludata nei vecchi scarponi, nei viali d'autunno, negli usignuoli, nei campanari e in decine di rapporti non risolti con la figura materna. La sera dell'esecuzione del brano, Modugno è emozionatissimo, prima dimentica le parole, poi le sbaglia, poi, ancora, salta una strofa, ma quando esplode con il ritornello Volare, oh oh... la platea va in delirio, decine di fazzoletti sventolano nelle mani di molti dei presenti, applausi ed ovazioni si prolungano all'infinito: per il Festival si apre un nuovo, inarrestabile corso. E in tutto questo c'è l'evidentissimo zampino di Urano, che proprio in quel periodo transitava all'opposizione precisa del Sole acquariano del tema del Festival (e la rivoluzione solare di quell'anno presenta l'ascendente annuale proprio congiunto all'Urano radix). Urano-volare (è o non è il pianeta degli aerei?), Urano-cielo (...poi d'improvviso venivo dal vento rapito, e incominciavo a volare nel cielo infinito...), Urano-rottura degli schemi. Sappiamo tutti, per esperienze più o meno dirette, come i transiti di opposizione di Urano al Sole determinino, spesso in modo deflagrante, inatteso, spiazzante, uno spartiacque fra la "vita di ieri" e la "vita di domani": così è stato per il Festival. Il simbolo uraniano sembra poi essere talmente evidente e potente da venire percepito anche da chi di astrologia non si occupa e, presumibilmente, non ne sa niente: sentite come commenta l'edizione festivaliera del '58 Gigi Vesigna nel suo testo Sanremo racconta:

 

30-31 gennaio e 1° febbraio. A Sanremo scoppia la rivoluzione. La Bastiglia dei cantanti e delle canzoni melodiche viene smantellata. Per vincere erano venuti Nilla Pizzi e Tonina Torielli per la prima volta insieme con "L'edera", Claudio Villa, Giorgio Consolini, i rampanti Marisa Del Frate, Gloria Christian, Aurelio Fierro. Ma Domenico Modugno -Mimmo in tutta l'Italia in tre soli minuti - come Robespierre infila le loro teste sulle picche.

 

    Come non ricordare che Urano, in astrologia, è da sempre associato alla Rivoluzione Francese, anche per via della sua scoperta avvenuta qualche anno prima degli eventi del 1789?

    Ma l'azione di Urano non finisce qui: con Mimmo Modugno, al Festival del '58, nasce ufficialmente una nuova categoria di artisti, quella dei cantautori (ai quali ben presto si affiancheranno, nell'orrore dei tradizionalisti, gli urlatori, come Betty Curtis, Tony Dallara, Mina, Celentano e altri). Di più: con Modugno giungono a Sanremo due importanti innovazioni. La prima, di tipo tecnico-musicale: l'introduzione del tempo "in uno", usato come il canonico quattro quarti, ma imprimendo un tempo "forte" ad ogni quarto (di questo "artificio" si impossesserà, molti anni più avanti, addirittura la disco music: quanto pionierismo al Festival del '58!). La seconda: l'utilizzo dei soli strumenti a fiato dell'orchestra. Ma su tutte, forse, prevale l'innovazione del testo, che è arioso, surreale, anticonvenzionale. Proprio come Urano...

    Tuttavia, considerando che nel '58 Giove forma un transito di congiunzione in anello di sosta sulla Luna del Festival (donne, tempo passato), anche la tradizione ottiene il proprio riconoscimento, grazie - guarda un po' - a due signore della canzone: Nilla Pizzi e Tonina Torielli, le quali si piazzano al secondo posto con L'edera, brano che raggiungerà una notevole popolarità. Ma probabilmente il significato preponderante del transito di Giove che, per la prima volta dalla nascita del Festival, si verifica nella casa seconda, è quello di "affari d'oro" grazie alla vendita dei dischi.

    Nel '59, complice il cattolicissimo perbenismo dell'Italietta di allora, scoppia uno scandalo: la cantante Jula De Palma viene censurata per aver proposto la canzone Tua con abbigliamento e atteggiamenti troppo provocanti. In quei giorni (29, 30, 31 gennaio) l'oroscopo del Festival presenta due transiti curiosi: Marte e Giove in dissonanza con la "lussuriosa" e libertaria Venere acquariana nella "sessuosa" casa quinta (Marte transita in opposizione, Giove in quadratura). I maligni sussurrano tuttavia che lo scandalo sia stato ingegnosamente architettato dall'editore del disco, il quale, sapendo in partenza che la De Palma non avrebbe mai vinto, aveva voluto creare "un caso" attorno alla canzone e alla cantante, sperando in adeguati ritorni pubblicitari. Che ciò sia vero o meno, rimane il fatto che Tua andò a ruba in tutti i negozi di dischi.

    Gli anni successivi del Festival scorrono più o meno sereni: si impongono via via Tony Renis, Bobby Solo, Gigliola Cinquetti, Little Tony. Ma tanta serenità viene rotta drammaticamente da un colpo di pistola alle ore 2 e 30 di notte del 27 gennaio 1967: nella camera 219 nel seminterrato dell'Hotel Savoy, Luigi Tenco si toglie la vita. Lascia un biglietto:

       

    Io ho voluto bene al pubblico e gli ho dedicato cinque anni della mia     vita. Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt'altro), ma     come atto di protesta contro un pubblico che manda in finale "Io tu e     le rose" (la canzone di Orietta Berti, n.d.r.), e una commissione che     seleziona "La rivoluzione" (di Gianni Pettenati, n.d.r.). Spero che     serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao, Luigi.

 

    Il cantante, eliminato qualche ora prima dalle giurie, viene trovato in un lago di sangue e il mistero della sua morte non verrà mai chiarito fino in fondo. Particolare agghiacciante: Tenco era partito per Sanremo senza la propria pistola, una Walter PPK calibro 7.65 acquistata nell'Armeria moderna di Roma il 24 novembre 1966: gli sarà consegnata proprio nella cittadina ligure da qualcuno della sua casa discografica. Questo, come giustamente osserva Gianni Borgna, evidenzia che Tenco non si era diretto al Festival già con intenzioni suicide e che, aggiungo io, credeva nella canzone che si accingeva a presentare in coppia con Dalida, quella struggente Ciao amore ciao, che vendette in poche settimane oltre 300.000 copie. Evidentemente Tenco valeva più da morto che da vivo. Tralasciamo l'analisi del tema del cantante (che proponiamo nella fig. 2) per una forma di rispetto. Di lui riferisco solo un'annotazione astrologica di altro genere, a mio parere interessante: il grafico natale di Tenco presenta quattro pianeti in casa nona (fra i quali il Sole) più la Luna in Sagittario: la sua canzone forse più famosa è Lontano lontano...

    Addentriamoci però nella verifica dei transiti attivi sul tema del Festival al momento della tragedia. Plutone transita a 20° della Vergine e non forma nessun aspetto significativo. Lo stesso dicasi per Nettuno in transito sul 24esimo grado dello Scorpione (e di lì a poco assumerà moto retrogrado): è ancora troppo indietro per considerare già il quadrato a Venere a 27° di Acquario. Silente anche Urano, a 24° di Vergine, così come Saturno, a 26° di Pesci. Giove a 28° di Cancro forma quadrato con la Luna, Marte trigona Venere e si avvia alla congiunzione della Luna. Tutto qui? Proviamo con le rivoluzioni solari (figg. 3 e 4). Considerato che l'evento luttuoso si è verificato pochi giorni prima del "compleanno" del Festival, ho calcolato sia la rivoluzione del 1966 sia quella del 1967. La prima non sembra particolarmente significativa. L'ascendente è nei Gemelli in casa nona natale, congiunta largamente a Lilith di nascita. La casa ottava non è rilevante, neanche per sovrapposizione (cade sulla quarta radix). La Luna si trova nella dodicesima, che è senz'altro la casa del suicidio, in Toro, segno dei cantanti, ma le tiepide quadrature che stringe con Mercurio e con Venere non sembrano renderla particolarmente significativa, almeno per quanto riguarda l'evento clamoroso di quell'anno. Tutt'al più la posizione lunare avrebbe potuto significare dolori e sofferenza di una cantante (visto che la Luna rappresenta le donne) e in questo si potrebbe forse ravvisare la disperazione di Dalida, compagna di Tenco. Ma mi pare tirata un tantino per i capelli. Un po' più pregnante si presenta la rivoluzione solare del 1967, per via di Lilith e Saturno in casa ottava-morte. Saturno forma inoltre opposizione con Luna e Urano, ma al contempo stringe un trigono con Giove e uno con Nettuno, per cui la sua perniciosità si annacqua. La cuspide dell'ottava di rivoluzione si congiunge al Nodo radix. Ma, mi si permetta, non sembra essere ancora abbastanza. Il suicidio di un cantante in una manifestazione così importante come il Festival di Sanremo è pur sempre motivo di enorme subbuglio, di sconcerto, di dolore, di orrore. Senza contare le indagini, le inchieste, le centinaia di articoli giornalistici scritti sul caso. Come mai vi sono indicazioni astrologiche, tutto sommato, così blande? Per lungo tempo mi sono interrogato sulla questione, senza riuscire a trovare una risposta convincente e giungendo perfino a dubitare della validità dell'astrologia applicata ai temi di soggetti non fisici. Poi ho avuto la "folgorazione" (scoprendo comunque l'acqua calda). I riscontri astrologici sono blandi perché all'egocentrica macchina del Festival non è importato proprio un bel niente del suicidio di Tenco. La salma del cantante, riferisce Gigi Vesigna, lasciò Sanremo quasi in sordina all'indomani della tragedia, accompagnata da pochissimi amici e da un solo cuscino di fiori, quello del fratello del cantante. Nella stessa mattinata, inoltre, i cantanti ripresero alla chetichella le prove delle loro canzoni. La morte di Tenco fu, in definitiva, solo uno scandalo di cui liberarsi al più presto, un evento scomodo da dimenticare in fretta, un incidente di percorso che non doveva assolutamente arrestare il Festival-panzer. In molti si chiesero se non fosse il caso di sospendere la manifestazione, altri lo pretesero, individuando nel gesto di Tenco un atto di accusa nei confronti del Festival e del mondo della canzone in generale. Fra questi, Salvatore Quasimodo, che commentò così il drammatico evento:

 

Luigi Tenco ha voluto colpire a sangue il sonno mentale dell'italiano medio. La sua ribellione, che coincideva con una situazione personale di uomo arrivato alla resa dei conti con la carriera, ha però ancora una volta urtato contro il muro dell'ottusità. Chi non è in grado di domandare un minimo di intelligenza a una canzone     non può certo capire una morte.

 

    Ma Gianni Ravera, organizzatore dell'edizione del '67, pur dichiarandosi profondamente addolorato, decide di proseguire con le canzonette. Qualche parola di circostanza pronunciata sul palcoscenico da Mike Bongiorno la sera successiva alla tragedia e... musica, maestro! Ironia della sorte, quell'anno sono in gara due canzoni che si intitolano Bisogna saper perdere proposta da Lucio Dalla e dai Rokes, e Non pensare a me, canzone vincitrice presentata da Iva Zanicchi e da Claudio Villa. Sembra fatto apposta.

Un'ulteriore dimostrazione che il Festival pensa solo a se stesso, la si riscontra anche nell'analisi astrologica di un'edizione di qualche anno prima, quella del 1964, quando per la prima volta furono ammessi in gara i cantanti stranieri, in coppia con quelli italiani. Nessun transito significativo sul tema natale del Festival (men che meno nella casa nona), nessuna indicazione di rilievo nella rivoluzione solare. Che significa tutto ciò? Che i cantanti stranieri vennero considerati meno di niente. La loro unica funzione fu quella di costituire un luminescente specchietto per le allodole, un optional finalizzato solo a dare fiato alle trombette propagandistiche del Festival, dopo un paio di edizioni piuttosto spente. Per questo, nessuna delle ugole d'oltreconfine venne valorizzata in modo particolare, nemmeno dal mercato discografico. Una lacrima sul viso fa forse venire in mente a qualcuno Frankie Laine (al secolo Francesco Lo Vecchio)? No, fa venire in mente Bobby Solo. E Non ho l'età? Chi la ricorda cantata da Patrica Carli? Nessuno, forse, mentre tutti la rammentano da Gigliola Cinquetti. L'unico cantante straniero di quell'edizione che verrà ricordato sarà Paul Anka, con la sua Ogni volta.

    La storia del Festival scorre, fra canzonette, vittorie più o meno a sorpresa e un altro tentativo di suicidio, poco prima dell'edizione del '69, da parte di Anna Identici, che per fortuna verrà salvata: al suo posto parteciperà alla manifestazione una sconosciuta ragazzina pugliese che negli successivi diventerà una beniamina del pubblico: Rosanna Fratello. Nel '72 le canzoni non vengono più presentate in coppia e da quel momento ogni cantante sarà il solo responsabile del successo o dell'insuccesso dell'esecuzione del brano.

    Si arriva così al 1973, anno di inizio della parabola discendente del Festival, che toccherà il massimo picco negativo nel 1975, con un'edizione che definirla brutta, raccapricciante, abominevole è dire veramente poco. Ma non per colpa dei poveri partecipanti, quasi tutti dilettanti sconosciuti, bensì di chi li gettò in pasto al grande Moloch famelico (il Festival) che, a corto di carne di prima scelta (i cantanti big ignoravano infatti sempre di più la manifestazione), aveva comunque bisogno di vittime per poter continuare a sostenersi. Dal '72 Plutone transita sull'ascendente, spostandosi poi su Saturno e raggiungendo man mano la quadratura a Urano in casa decima: in questo transito si possono probabilmente ravvisare sia il freno posto alle innovazioni, che rende il Festival stantio, sia la caduta del "potere" del Festival stesso (i cui dischi, oltretutto, si vendono in tirature sempre più ridicole, di poco superiori a quelle della prima edizione del '51). Ma il trigono che Plutone, a 9° di Bilancia, forma nel 1975 con il Sole del Festival segnala che, sotto sotto, le ceneri ardono ancora e che la manifestazione, pur avendo raggiunto il proprio momento peggiore, è solo sofferente e non certo moribonda. Negli anni '70 Nettuno in Sagittario quadrerà inoltre i pianeti in Pesci, fra i quali Giove, a testimonianza della rarefazione del prestigio della manifestazione e della scarsità dei profitti che ne consegue. Non solo, ma i transiti dissonanti di Nettuno dalla casa terza-mezzi di comunicazione, decreta un evento ritenuto fino a quel momento impensabile: la televisione non trasmetterà più le prime due serate del Festival (che verranno proposte dalla radio), riservando il "privilegio" solo alla serata finale (ma nel '75 neanche quella verrà trasmessa per intero: per sapere chi ha vinto bisognerà aspettare il telegiornale della notte: ripicca della televisione di Stato per essere stata, con gli anni, sempre più estromessa dalla gestione della manifestazione).

    Nel '77 il Festival trasloca: dal Casinò al Teatro Ariston: il transito di quadratura di Plutone a Mercurio in casa quarta non sembra lasciar presagire uno spostamento facile, né tantomeno proficuo, almeno agli inizi. Ma è pur sempre un transito di rottura, che segna la fine di un'atmosfera un po' rétro, di cui era intriso il salone delle feste. La rivoluzione solare di quell'anno (fig. 5) è più esplicita: l'ascendente annuale cade nel mobile segno del Sagittario nella casa terza natale (quella dei traslochi). Tutta la prima casa di rivoluzione cade nella quarta radix, che simboleggia la residenza. Mercurio-spostamenti è anch'esso in prima casa, la quarta annuale è sulla settima radix (contratto immobiliare); la Luna-abitazione si trova nel mobile segno dei Gemelli; Marte, maestro di quarta in rivoluzione solare, si trova al perfetto trigono di Giove nel Toro, segno degli immobili e in casa quinta-palcoscenico: ce n'è abbastanza. Stavolta le indicazioni astrologiche sembrano abbondare: non potrebbe essere diversamente, visto che il trasloco tocca molto da vicino l'egocentrico Festival.

    Segnali di ripresa si avvertono nell'edizione del 1980, quando il livello delle presenze e delle canzoni si alza (forse perché Saturno-autorevolezza sta per transitare sull'ascendente e sulla propria posizione natale?). A Roberto Benigni, però, scappa un "Wojtilaccio" e bacia in diretta sulla bocca, per 45 interminabili secondi, la propria partner di palcoscenico, Olimpia Carlisi. E, naturalmente, è subito scandalo. Anzi, "scandali". Come nell' "affaire Jula De Palma", anche in questo caso c'è lo zampino di Marte e di Giove in dissonanza (stavolta in opposizione) dalla Vergine-pruderie verso Marte e Giove radicali nel santo e spirituale segno dei Pesci. Ma il ritorno ai fasti avviene nel 1981, con la vittoria di Alice che presenta Per Elisa, un brano di Battiato e Giusto Pio, seguita al secondo posto da Loretta Goggi con Maledetta Primavera, che venderà moltissimo. Altri successi di quell'edizione: Ancora, di Edoardo De Crescenzo al proprio debutto, Caffè nero bollente di una quasi esordiente Fiorella Mannoia, Sarà perché ti amo dei redivivi Ricchi e Poveri, per la prima volta senza la bionda Marina Occhiena, Roma spogliata e Su quel pianeta libero, di due imberbi ragazzi che negli anni seguenti diventeranno cantanti di successo: Luca Barbarossa e Michele Zarrillo. In quell'anno Saturno ha terminato il primo giro completo dello zodiaco e transita al trigono perfetto del Sole. Anche Giove transita in trigono al Sole, mentre Urano forma un sestile con l'ascendente e presto lo formerà anche con Saturno radix. La rinascita è avvenuta e le telecamere della Rai ritornano ad accendersi per tutte e tre le serate (Urano si è appena affacciato nella casa terza-mass media). Ma il sospetto di "pastette" non viene fugato del tutto: basti pensare alla vittoria di Riccardo Fogli che nell'82 fu addirittura annunciata con una settimana di anticipo dalla copertina di TV Sorrisi e Canzoni. I giornalisti evidentemente stufi dei giochi ambigui delle case discografiche, che manovrano le giurie, istituiscono in quell'anno un proprio riconoscimento autonomo, il Premio della Critica giornalistica, che viene subito assegnato alla magica Mia Martini (quinta nella classifica delle giurie), interprete di una delle canzoni più belle e sofferte mai presentate al Festival: E non finisce mica il cielo, firmata da Ivano Fossati.

    Dagli anni '80 in poi nessun evento di rilievo ha toccato la macchina sanremese: le serate della manifestazione sono diventate quattro, poi cinque, poi ancora quattro. Si è visto l'ombelico della Oxa, si è assistito a plagi e scandaletti di poco conto, sono arrivate le aberranti votazioni tramite il Totip e, meno male, sono scomparse. Degli ultimi Festival mi piace ricordare quelli organizzati da Adriano Aragozzini fra l'89 e il '92 (quest'ultimo a mezzadria con Ravera e Bixio), i migliori mai proposti. È merito di Aragozzini se al Festival sono ricomparsi i big, se è stato abolito definitivamente il vergognoso playback e sono ritornate le orchestre con relativi direttori. La mia simpatia verso Aragozzini non è motivata tanto dal fatto che, come me, sia nato il 3 luglio (piazzando dunque il proprio Sole natale nella decima casa del tema del Festival, quasi congiunto all'Urano sanremese), quanto al fatto che ha saputo davvero rinnovare la manifestazione, portandola ai fasti che meritava e dandole credibilità. Dice di lui Gianni Borgna:  Aragozzini è un personaggio magari un po' strambo, ma sicuramente competente e pronto a rompersi l'osso del collo pur di rianimare una manifestazione ormai esangue. E i risultati si vedono. Concordo pienamente.

    Nel '90, complice un transito di sestile di Nettuno a Mercurio in casa quarta del tema del Festival (e un bel Giove in Cancro e in casa quarta di rivoluzione), Aragozzini sposta la manifestazione fuori dalla città di Sanremo, in una megastruttura denominata "Palafiori", dalle scenografie immense e suggestive, dove si esibisce un cast di prim'ordine che contempla di nuovo i cantanti stranieri (i quali stavolta si fanno onore e vengono meritatamente considerati, grazie al citato sestile di Nettuno a Mercurio, maestro della casa nona-stranieri e alle ultime battute del transito di Giove in casa nona).

    Il resto è storia d'oggi. Il Festival continua a fare notizia, è divenuto ormai un fenomeno di costume, calamita milioni di telespettatori, fa vendere dischi, copie di giornali, spazi promopubblicitari televisivi e crea personaggi famosi, non solo fra i cantanti, ma anche fra i conduttori e le conduttrici (chi conosceva, ad esempio, Claudia Koll e Sabrina Ferilli prima che presentassero il Festival? Forse solo un gruppo ristretto di intimi). Sicuramente nelle prossime edizioni  altri scandali scoppieranno (d'altronde sono, per usare un luogo comune, il pane del Festival), lacrime e sorrisi bagneranno e illumineranno le quinte, alcune nuove star della canzone nasceranno. Ci sarà ancora chi snobberà il Festival e chi lo seguirà con interesse. Ma una cosa sembra certa: il Festival non morirà mai. E continuerà ad essere protagonista indiscusso delle cronache di fine febbraio di ogni anno. Perché questo? Ma è ovvio: perché Sanremo è Sanremo. Rararà...

 

 

 

Appendice:

 

Il saccheggio dello zodiaco (ma sono solo canzonette...)

 

    Come molti altri settori della comunicazione, anche quello della discografia ha attinto spesso a piene mani dal vocabolario astrologico, sia nella formulazione dei titoli delle canzoni sia nella stesura dei testi. Il Festival di Sanremo non è stato da meno, proponendo fin dalla prima edizione una struggente La Luna si veste d'argento gorgheggiata da Nilla Pizzi e da Achille Togliani (piazzatasi al secondo posto dopo l'arcinota Grazie dei fior). Per ritrovare la Luna citata in un titolo bisognerà aspettare l'edizione del 1955, nel corso della quale dall'ugola di Jula De Palma e di Bruno Pallesi (chi non lo ricorda...) usciranno le note di Che fai tu luna in ciel. Nel '56 Gianna Mazzocchi propone Ho detto al sole, ma nel '59, l'astro della notte ritorna protagonista in una canzone dal titolo alquanto enigmatico: La luna è un'altra luna proposta da Natalino Otto e da Gino Latilla. Forse nemmeno le giurie la capiscono, perché non entra in finale. Così come non entra in finale, sempre nello stesso anno, Né stelle né mare, intonata da Arturo Testa, Fausto Cigliano e Wilma De Angelis: evidentemente il firmamento non tira. Ma gli autori non demordono e cambiano astro: nell'edizione sanremese successiva, infatti, Johnny Dorelli e Betty Curtis propongono Amore senza sole, che si perde (per l'appunto) nel buio delle eliminatorie e non entra in finale. Maggior fortuna arride invece nello stesso anno alla luminescente Splende il sole cantata da Fausto Cigliano e Irene D'Areni che approdano alla serata conclusiva. Nel '61 è la volta di Lady Luna, cantata da Miranda Martino e da Jimmy Fontana e di Notturno senza luna del maestro D'Anzi, interpretata da Aura D'Angelo e Silvia Guidi (delle quali certamente tutti ci ricordiamo). Ma nemmeno stavolta il satellite entra nell'orbita della finale. Ci va però una pimpante Jenny Luna, che in coppia con Mina intona Le mille bolle blu. È già qualcosa.

    Nel '62 Joe Sentieri e Aurelio Fierro interpretano la cosmetica Cipria di sole che entra in finale; Jenny Luna e Germana Caroli, dal canto loro, propongono Conta le stelle, che però non conta molti estimatori fra le giurie: bocciata. L'edizione del '63 lascia a casa stelle e pianeti; quella del '64, invece, propone la filo-partenopea Sole, pizza e amore, nell'interpretazione di Aurelio Fierro e Marina Moran, e Sole sole dalla voce di Laura Villa e degli Hermanos Rigual. Nessuna delle due canzoni accede alla finale. Lunghi anni senza sole, senza luna e senza stelle, poi nel '69 due cantanti che sono senz'altro rimasti nei nostri cuori, Checco ed Elio Gandolfi, ci provano con Il sole è tramontato, che decreta (titolo profetico) il tramonto della loro carriera appena iniziata, visto il totale disinteresse delle giurie e del pubblico nei loro confronti. Nel '70 la bizzarra accoppiata Luciano Tajoli-Mal dei Primitives presentano l'atmosferica Sole, pioggia e vento che evidentemente piace ai giurati, poiché entra in finale.

    Nel '73 Fausto Leali presenta La bandiera di sole, suggestiva ballata in odor di pacifismo e fratellanza che colpisce pubblico e giurie ed entra in finale (in terza media la cantavamo tutti a squarciagola nella gita in pullman a San Marino). Nel '74 è la volta dei Middle of the road, pittoresco gruppo anglosassone che propone Sole giallo (entrata in finale).

    Nell'urticante edizione del '75, attinge alla terminologia celeste una certa Nannarella (nulla a che vedere con la Magnani, scomparsa già dal '72) con Sotto le stelle, che evidentemente devono esserle piovute addosso alla stregua di Deep Impact, visto che nessuno sentirà mai più parlare di lei (e di quasi nessuno dei partecipanti a quella edizione). Nel '76, si affida al cielo (in tutti i sensi) un gruppo di sconosciuti, gli Armonium, che propongono Stella cadente. Ma a San Lorenzo mancano ancora 6 mesi e il loro desiderio di successo viene irrimediabilmente deluso. Pausa stellar-canora di due anni, nel corso dei quali gli astri perdono la loro grande occasione, poiché tutte le canzoni entrano di diritto in finale. Pazienza. Nel '79 fa il suo ingresso sul palco del Festival una certa Roberta che propone La pioggia, il sole: accesso negato alla serata finale. Va meglio, l'anno dopo, a Orlando Johnson (fratello del più celebre Wess, il partner canoro di Dori Ghezzi) che con Il sole canta entra in finale. Nell'81 Sebastiano Occhino (come dimenticarsi di lui?), canta Bianca stella, che non va oltre la prima esecuzione. In quell'anno, invece, un giovane Michele Zarrillo, propone la struggente Su quel pianeta libero, che, meritevolmente, accede alla serata finale. Nell'83 entra in finale Movie star, dei Passengers, un lezioso quartetto formato da due bellone e due aitanti giovanotti, i quali non brillano certo per potenza dei mezzi vocali. Finalmente il nostro bianco satellite ottiene la propria rivincita nell'84, con Fiordaliso che intona un po' sulla difensiva Non voglio mica la luna, brano che scalerà la hit parade di quel periodo. Va bene anche a Valentino (che non è lo stilista) il quale guadagna la finale con Notte di luna. Nell'85 è la volta di Silvia Conti con Luna Nuova: non entrerà in finale e nessuno, al di fuori della famiglia e dei suoi amici, sentirà mai più parlare della cantante. Rettore guadagna la serata finale dell'edizione 1986 con Amore stella, un brano costruito su misura per le sue notevoli doti vocali. Merita una menzione anche Aida Satta Flores, la quale nello stesso anno propone Croce del Sud, che è pur sempre il nome di una stella, ma che rappresenterà comunque una vera croce per la cantante, visto che non entrerà in finale e non canterà mai più (almeno non in manifestazioni della stessa rinomanza del Festival). Finalmente una new entry nel panorama dei termini astrologico-canori: è Madonna di Venere, titolo rinascimental-pagano di un brano presentato nell'edizione 1987 da Mario Castelnuovo, sensibilissimo cantautore che negli ultimi anni si è purtroppo perso per strada. Dall'87 in poi (ad eccezione delle edizioni del '92 e del '93) tutti i brani accederanno alla finale. Nell'88 i Matia Bazar, ormai sul punto di perdere la  raffinata e dotata Antonella Ruggiero, interpretano La prima stella della sera, motivo qualitativamente inferiore ad altre composizioni del gruppo. Per ascoltare la canzone più bella (a mio parere) della storia del Festival, dedicata ad un astro, bisogna aspettare il 1991, anno in cui Pierangelo Bertoli, accompagnato dal gruppo dei Tazenda, presenta Spunta la luna dal monte, canzone dalle sonorità suggestive e dal testo poetico, quest'ultimo composto sia in italiano sia in sardo: dopo anni che non accadeva, il pubblico richiama una seconda volta gli interpreti sul palco dopo l'esecuzione del brano e riserva loro una calorosa e lunga standing ovation. Nel '93 pubblico e giurie restano sordi a La voce delle stelle proposta da Peppino di Capri, mentre nel '95 Troppo sole, raffazzonato motivo presentato da una pur simpatica Sabina Guzzanti con la Riserva Indiana, non lascia tracce (men che meno luminose). Chiudono la galleria nel '97, in perfetta par condicio fra i luminari, due cantanti toccati da profonde tragedie familiari: Loredana Bertè con Luna, un disperato inno alla solitudine, e Al Bano, con Verso il sole, esortazione ad andare avanti nonostante tutto. 

 

 

Bibliografia

 

-Gianni Borgna, L'Italia di Sanremo, cinquant'anni di canzoni, cinquant'anni della nostra storia - Collana LE SCIE Mondadori, Milano

 

-Gigi Vesigna, 1951-1989 Sanremo racconta - Edizioni TV Sorrisi e canzoni, Milano