











21/03/1938 ore 14.00 |
Tema natale di Luigi Tenco |
Cassine (AL) |
Tema natale del Festival |
29/01/1951 ore 22.00 |
San Remo (IM) |



Festival - Rivoluzione Solare 1966 |
Festival - Rivoluzione Solare 1967 |
Festival - Rivoluzione Solare 1977 |
Fig.1 |
Fig.2 |
Fig.3 |
Fig.4 |
Fig.5 |
Il
mistero è fitto: una registrazione RAI del 1951 mostra Nunzio Filogamo che
esordisce sul palco del salone delle feste del Casinò di Sanremo con il
celeberrimo saluto Cari amici vicini e
lontani, buonasera. Nell'interessantissimo libro L'Italia di Sanremo, di Gianni Borgna, invece, viene riportato che
il presentatore salutò in modo compassato il pubblico con le seguenti parole:
Signore e signori, benvenuti al Casinò di Sanremo per
un'eccezionale serata organizzata dalla Rai, una serata della canzone con
l'orchestra di Cinico Angelini. Premieremo, tra le 240 composizioni inviate da
altrettanti autori italiani, la più bella canzone dell'anno. Le venti canzoni
prescelte vi saranno presentate in due serate e saranno cantate da Nilla Pizzi
e da Achille Togliani con il duo vocale Fasano.
Chi avrà ragione? Non è dato sapere. Ma su
un fatto non ci sono dubbi: il Festival di Sanremo prende il via lunedì 29
gennaio 1951 alle ore 22. Ed è questo che a noi interessa.
Uno sguardo al tema natale del Festival
(fig. 1) si rende obbligatorio. Acquario con Ascendente Bilancia (quest'ultimo
anche segno tela di fondo), con Urano
al Mediocielo e Saturno-tempo congiunto
all'Ascendente e trigono al Sole: tutto ciò rendeva evidente fin da subito che
la manifestazione appena nata aveva i crismi dell'innovazione ed era destinata
a durare nei secoli dei secoli. La Luna splendidamente aspettata in casa seconda
testimonia sia gli interessi economici che pian piano sarebbero gravitati
intorno alla manifestazione, sia i guadagni derivanti dalla vendita dei dischi
(la sola Nel blu dipinto di blu vendette
oltre 22 milioni di copie in tutto il mondo, al pari di White Christmas di Bing Crosby; solo Elton John con Candle in the wind dedicata a Diana
Spencer, è riuscito recentemente a superare tale record). La Luna (soprattutto
per via del trigono a Venere in casa quinta) testimonia probabilmente anche la
particolare predisposizione a menzionare zuccherosamente e ruffianamente la
"mamma" nei titoli e nei testi delle canzoni: da Tutte le mamme di Giorgio Consolini e Gino Latilla, vincitrice
dell'edizione del '54, alla funerea E la
barca tornò sola, sempre del '54, che narrava di tre fratelli pescatori che
avevano "una mamma bianca, una barca nera e tre cuori ancora da
creatura" (brrrr....), proseguendo con Le
mamme di Toto Cutugno, seconda nell'89, fino ad arrivare a Portami a ballare di Luca Barbarossa
vincitrice nel '92, brano un po' melenso nel quale la mamma è protagonista,
insieme al figlio, di una struggente serata in balera. Per non parlare dei
buoni sentimenti sempre trasudanti dai brani (e ancora una volta dobbiamo
citare, a mo' di esempio, Toto Cutugno) o dell'immagine e del look - simbologie
riconducibili alla Luna-casa seconda - sia del Festival (che nel corso degli
anni ha saputo sempre più rinnovarsi: merito del trigono che la Luna stringe
con Urano?) sia dei cantanti presenti, i quali per far colpo hanno sempre
puntato, se non altro dagli anni '80 in poi, oltre che sul proprio brano anche
su vestiti, trucchi ed effetti speciali (il "pancione" della Bertè
nell'edizione '86, per ricordarne uno). Senza contare che il Festival ha
raggiunto nel corso degli anni una popolarità planetaria, approdando addirittura
all'eurovisione e alla mondovisione televisiva (Luna-masse-folle-popolarità): quanta differenza con la prima edizione,
durante la quale, ricorda Gianni Borgna, le canzoni vennero presentate di
fronte ad una platea distratta e un po' snob, intenta a cenare intorno a
tavolini tipo vecchio cabaret o café-chantant
(nel corso della seconda serata fu persino necessario reclutare un po' di gente
da piazzare qua e là per riempire i tavoli vuoti). Non è da escludere, inoltre,
che la Luna-donna in trigono ad
Urano-immediatezza possa anche
segnalare il subitaneo dominio incontrastato delle cantanti donne nelle prime
tre edizioni del Festival: Nilla Pizzi, la regina, vince nel '51 e nel '52,
Carla Boni e Flo Sandon's vincono nel '53 (con la Pizzi al secondo posto). Gli
uomini, rappresentati dal Sole in trigono al lento Saturno, dovranno aspettare
il '54 per vincere (ma nel '56 verranno di nuovo messi al palo da Franca
Raimondi, Tonina Torielli e Luciana Gonzales, piazzatesi ai primi tre posti ).
Ma più che l'analisi del tema di Sanremo, a
mio avviso, è interessante l'esame di alcuni eventi significativi che hanno
caratterizzato la storia del Festival.
Nel '55, per la prima volta, il Festival
viene ripreso dalle telecamere della neonata televisione nazionale. Giove, maestro
della casa terza-mezzi di comunicazione in
Sagittario- paesi stranieri transita
in casa decima, Nettuno si congiunge alla Luna, maestra di decima, e trigona
Venere in casa quinta-palcoscenico:
forse sono questi gli indicatori astrologici che testimoniano l'espansione a
macchia d'olio della popolarità del Festival (la finalissima verrà addirittura
trasmessa in Francia, Belgio, Olanda, Germania e Svizzera). Ma la vera
rivoluzione festivaliera scoppia nel '58, con l'arrivo di Domenico Modugno e di
Johnny Dorelli e la loro Nel blu dipinto
di blu, che scuote fragorosamente una manifestazione canora fino a quel
momento musicalmente retorica e piagnucolosa, paludata nei vecchi scarponi, nei
viali d'autunno, negli usignuoli, nei campanari e in decine di rapporti non
risolti con la figura materna. La sera dell'esecuzione del brano, Modugno è
emozionatissimo, prima dimentica le parole, poi le sbaglia, poi, ancora, salta
una strofa, ma quando esplode con il ritornello Volare, oh oh... la platea va in delirio, decine di fazzoletti
sventolano nelle mani di molti dei presenti, applausi ed ovazioni si prolungano
all'infinito: per il Festival si apre un nuovo, inarrestabile corso. E in tutto
questo c'è l'evidentissimo zampino di Urano, che proprio in quel periodo transitava
all'opposizione precisa del Sole acquariano del tema del Festival (e la
rivoluzione solare di quell'anno presenta l'ascendente annuale proprio
congiunto all'Urano radix). Urano-volare
(è o non è il pianeta degli aerei?), Urano-cielo
(...poi d'improvviso venivo dal vento
rapito, e incominciavo a volare nel cielo infinito...), Urano-rottura degli schemi. Sappiamo tutti,
per esperienze più o meno dirette, come i transiti di opposizione di Urano al
Sole determinino, spesso in modo deflagrante, inatteso, spiazzante, uno spartiacque
fra la "vita di ieri" e la "vita di domani": così è stato
per il Festival. Il simbolo uraniano sembra poi essere talmente evidente e
potente da venire percepito anche da chi di astrologia non si occupa e,
presumibilmente, non ne sa niente: sentite come commenta l'edizione
festivaliera del '58 Gigi Vesigna nel suo testo Sanremo racconta:
30-31 gennaio e 1° febbraio.
A Sanremo scoppia la rivoluzione. La Bastiglia dei cantanti e delle canzoni
melodiche viene smantellata. Per vincere erano venuti Nilla Pizzi e Tonina
Torielli per la prima volta insieme con "L'edera", Claudio Villa,
Giorgio Consolini, i rampanti Marisa Del Frate, Gloria Christian, Aurelio
Fierro. Ma Domenico Modugno -Mimmo in tutta l'Italia in tre soli minuti - come
Robespierre infila le loro teste sulle picche.
Come non ricordare che Urano, in astrologia,
è da sempre associato alla Rivoluzione Francese, anche per via della sua
scoperta avvenuta qualche anno prima degli eventi del 1789?
Ma l'azione di Urano non finisce qui: con
Mimmo Modugno, al Festival del '58, nasce ufficialmente una nuova categoria di
artisti, quella dei cantautori (ai
quali ben presto si affiancheranno, nell'orrore dei tradizionalisti, gli urlatori, come Betty Curtis, Tony
Dallara, Mina, Celentano e altri). Di più: con Modugno giungono a Sanremo due
importanti innovazioni. La prima, di tipo tecnico-musicale: l'introduzione del
tempo "in uno", usato come il canonico quattro quarti, ma imprimendo
un tempo "forte" ad ogni quarto (di questo "artificio" si
impossesserà, molti anni più avanti, addirittura la disco music: quanto pionierismo al Festival del '58!). La seconda:
l'utilizzo dei soli strumenti a fiato dell'orchestra. Ma su tutte, forse,
prevale l'innovazione del testo, che è arioso, surreale, anticonvenzionale.
Proprio come Urano...
Tuttavia, considerando che nel '58 Giove
forma un transito di congiunzione in anello di sosta sulla Luna del Festival
(donne, tempo passato), anche la tradizione ottiene il proprio riconoscimento,
grazie - guarda un po' - a due signore della canzone: Nilla Pizzi e Tonina
Torielli, le quali si piazzano al secondo posto con L'edera, brano che raggiungerà una notevole popolarità. Ma
probabilmente il significato preponderante del transito di Giove che, per la
prima volta dalla nascita del Festival, si verifica nella casa seconda, è
quello di "affari d'oro" grazie alla vendita dei dischi.
Nel '59, complice il cattolicissimo
perbenismo dell'Italietta di allora, scoppia uno scandalo: la cantante Jula De
Palma viene censurata per aver proposto la canzone Tua con abbigliamento e atteggiamenti troppo provocanti. In quei
giorni (29, 30, 31 gennaio) l'oroscopo del Festival presenta due transiti
curiosi: Marte e Giove in dissonanza con la "lussuriosa" e libertaria
Venere acquariana nella "sessuosa" casa quinta (Marte transita in
opposizione, Giove in quadratura). I maligni sussurrano tuttavia che lo
scandalo sia stato ingegnosamente architettato dall'editore del disco, il
quale, sapendo in partenza che la De Palma non avrebbe mai vinto, aveva voluto
creare "un caso" attorno alla canzone e alla cantante, sperando in
adeguati ritorni pubblicitari. Che ciò sia vero o meno, rimane il fatto che Tua andò a ruba in tutti i negozi di
dischi.
Gli anni successivi del Festival scorrono
più o meno sereni: si impongono via via Tony Renis, Bobby Solo, Gigliola
Cinquetti, Little Tony. Ma tanta serenità viene rotta drammaticamente da un
colpo di pistola alle ore 2 e 30 di notte del 27 gennaio 1967: nella camera 219
nel seminterrato dell'Hotel Savoy, Luigi Tenco si toglie la vita. Lascia un
biglietto:
Io ho voluto bene al pubblico e gli ho dedicato cinque anni della
mia vita. Faccio questo non perché
sono stanco della vita (tutt'altro), ma come
atto di protesta contro un pubblico che manda in finale "Io tu e le rose" (la canzone di Orietta
Berti, n.d.r.), e una commissione che seleziona "La rivoluzione" (di
Gianni Pettenati, n.d.r.). Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao,
Luigi.
Il cantante, eliminato qualche ora prima dalle
giurie, viene trovato in un lago di sangue e il mistero della sua morte non
verrà mai chiarito fino in fondo. Particolare agghiacciante: Tenco era partito
per Sanremo senza la propria pistola, una Walter PPK calibro 7.65 acquistata
nell'Armeria moderna di Roma il 24 novembre 1966: gli sarà consegnata proprio
nella cittadina ligure da qualcuno della sua casa discografica. Questo, come
giustamente osserva Gianni Borgna, evidenzia che Tenco non si era diretto al Festival
già con intenzioni suicide e che, aggiungo io, credeva nella canzone che si
accingeva a presentare in coppia con Dalida, quella struggente Ciao amore ciao, che vendette in poche
settimane oltre 300.000 copie. Evidentemente Tenco valeva più da morto che da
vivo. Tralasciamo l'analisi del tema del cantante (che proponiamo nella fig. 2)
per una forma di rispetto. Di lui riferisco solo un'annotazione astrologica di
altro genere, a mio parere interessante: il grafico natale di Tenco presenta
quattro pianeti in casa nona (fra i quali il Sole) più la Luna in Sagittario:
la sua canzone forse più famosa è Lontano
lontano...
Addentriamoci però nella verifica dei
transiti attivi sul tema del Festival al momento della tragedia. Plutone
transita a 20° della Vergine e non forma nessun aspetto significativo. Lo
stesso dicasi per Nettuno in transito sul 24esimo grado dello Scorpione (e di
lì a poco assumerà moto retrogrado): è ancora troppo indietro per considerare
già il quadrato a Venere a 27° di Acquario. Silente anche Urano, a 24° di
Vergine, così come Saturno, a 26° di Pesci. Giove a 28° di Cancro forma
quadrato con la Luna, Marte trigona Venere e si avvia alla congiunzione della
Luna. Tutto qui? Proviamo con le rivoluzioni solari (figg. 3 e 4). Considerato
che l'evento luttuoso si è verificato pochi giorni prima del
"compleanno" del Festival, ho calcolato sia la rivoluzione del 1966
sia quella del 1967. La prima non sembra particolarmente significativa.
L'ascendente è nei Gemelli in casa nona natale, congiunta largamente a Lilith di nascita. La casa ottava non è rilevante, neanche per sovrapposizione (cade
sulla quarta radix). La Luna si trova nella dodicesima, che è senz'altro la
casa del suicidio, in Toro, segno dei cantanti, ma le tiepide quadrature che
stringe con Mercurio e con Venere non sembrano renderla particolarmente
significativa, almeno per quanto riguarda l'evento clamoroso di quell'anno.
Tutt'al più la posizione lunare avrebbe potuto significare dolori e sofferenza
di una cantante (visto che la Luna rappresenta le donne) e in questo si potrebbe
forse ravvisare la disperazione di Dalida, compagna di Tenco. Ma mi pare tirata
un tantino per i capelli. Un po' più pregnante si presenta la rivoluzione
solare del 1967, per via di Lilith e Saturno in casa ottava-morte. Saturno forma inoltre opposizione
con Luna e Urano, ma al contempo stringe un trigono con Giove e uno con
Nettuno, per cui la sua perniciosità si annacqua. La cuspide dell'ottava di
rivoluzione si congiunge al Nodo radix. Ma, mi si permetta, non sembra essere
ancora abbastanza. Il suicidio di un cantante in una manifestazione così
importante come il Festival di Sanremo è pur sempre motivo di enorme subbuglio,
di sconcerto, di dolore, di orrore. Senza contare le indagini, le inchieste, le
centinaia di articoli giornalistici scritti sul caso. Come mai vi sono
indicazioni astrologiche, tutto sommato, così blande? Per lungo tempo mi sono
interrogato sulla questione, senza riuscire a trovare una risposta convincente
e giungendo perfino a dubitare della validità dell'astrologia applicata ai temi
di soggetti non fisici. Poi ho avuto la "folgorazione" (scoprendo
comunque l'acqua calda). I riscontri astrologici sono blandi perché
all'egocentrica macchina del Festival non è importato proprio un bel niente del
suicidio di Tenco. La salma del cantante, riferisce Gigi Vesigna, lasciò
Sanremo quasi in sordina all'indomani della tragedia, accompagnata da
pochissimi amici e da un solo cuscino di fiori, quello del fratello del
cantante. Nella stessa mattinata, inoltre, i cantanti ripresero alla
chetichella le prove delle loro canzoni. La morte di Tenco fu, in definitiva,
solo uno scandalo di cui liberarsi al più presto, un evento scomodo da
dimenticare in fretta, un incidente di percorso che non doveva assolutamente
arrestare il Festival-panzer. In molti si chiesero se non fosse il caso di
sospendere la manifestazione, altri lo pretesero, individuando nel gesto di
Tenco un atto di accusa nei confronti del Festival e del mondo della canzone in
generale. Fra questi, Salvatore Quasimodo, che commentò così il drammatico
evento:
Luigi Tenco ha voluto
colpire a sangue il sonno mentale dell'italiano medio. La sua ribellione, che
coincideva con una situazione personale di uomo arrivato alla resa dei conti
con la carriera, ha però ancora una volta urtato contro il muro dell'ottusità.
Chi non è in grado di domandare un minimo di intelligenza a una canzone non può certo capire una morte.
Ma Gianni Ravera, organizzatore
dell'edizione del '67, pur dichiarandosi profondamente addolorato, decide di
proseguire con le canzonette. Qualche parola di circostanza pronunciata sul
palcoscenico da Mike Bongiorno la sera successiva alla tragedia e... musica,
maestro! Ironia della sorte, quell'anno sono in gara due canzoni che si intitolano
Bisogna saper perdere proposta da
Lucio Dalla e dai Rokes, e Non pensare a
me, canzone vincitrice presentata da Iva Zanicchi e da Claudio Villa.
Sembra fatto apposta.
Un'ulteriore
dimostrazione che il Festival pensa solo a se stesso, la si riscontra anche
nell'analisi astrologica di un'edizione di qualche anno prima, quella del 1964,
quando per la prima volta furono ammessi in gara i cantanti stranieri, in
coppia con quelli italiani. Nessun transito significativo sul tema natale del
Festival (men che meno nella casa nona), nessuna indicazione di rilievo nella
rivoluzione solare. Che significa tutto ciò? Che i cantanti stranieri vennero
considerati meno di niente. La loro unica funzione fu quella di costituire un
luminescente specchietto per le allodole, un optional finalizzato solo a dare fiato alle trombette
propagandistiche del Festival, dopo un paio di edizioni piuttosto spente. Per
questo, nessuna delle ugole d'oltreconfine venne valorizzata in modo
particolare, nemmeno dal mercato discografico. Una lacrima sul viso fa forse venire in mente a qualcuno Frankie
Laine (al secolo Francesco Lo Vecchio)? No, fa venire in mente Bobby Solo. E Non ho l'età? Chi la ricorda cantata da
Patrica Carli? Nessuno, forse, mentre tutti la rammentano da Gigliola
Cinquetti. L'unico cantante straniero di quell'edizione che verrà ricordato
sarà Paul Anka, con la sua Ogni volta.
La storia del Festival scorre, fra
canzonette, vittorie più o meno a sorpresa e un altro tentativo di suicidio,
poco prima dell'edizione del '69, da parte di Anna Identici, che per fortuna
verrà salvata: al suo posto parteciperà alla manifestazione una sconosciuta
ragazzina pugliese che negli successivi diventerà una beniamina del pubblico:
Rosanna Fratello. Nel '72 le canzoni non vengono più presentate in coppia e da
quel momento ogni cantante sarà il solo responsabile del successo o
dell'insuccesso dell'esecuzione del brano.
Si arriva così al 1973, anno di inizio della
parabola discendente del Festival, che toccherà il massimo picco negativo nel
1975, con un'edizione che definirla brutta, raccapricciante, abominevole è dire
veramente poco. Ma non per colpa dei poveri partecipanti, quasi tutti
dilettanti sconosciuti, bensì di chi li gettò in pasto al grande Moloch
famelico (il Festival) che, a corto di carne di prima scelta (i cantanti big ignoravano infatti sempre di più la
manifestazione), aveva comunque bisogno di vittime per poter continuare a
sostenersi. Dal '72 Plutone transita sull'ascendente, spostandosi poi su Saturno
e raggiungendo man mano la quadratura a Urano in casa decima: in questo transito
si possono probabilmente ravvisare sia il freno posto alle innovazioni, che
rende il Festival stantio, sia la caduta del "potere" del Festival
stesso (i cui dischi, oltretutto, si vendono in tirature sempre più ridicole,
di poco superiori a quelle della prima edizione del '51). Ma il trigono che
Plutone, a 9° di Bilancia, forma nel 1975 con il Sole del Festival segnala che,
sotto sotto, le ceneri ardono ancora e che la manifestazione, pur avendo
raggiunto il proprio momento peggiore, è solo sofferente e non certo moribonda.
Negli anni '70 Nettuno in Sagittario quadrerà inoltre i pianeti in Pesci, fra i
quali Giove, a testimonianza della rarefazione del prestigio della
manifestazione e della scarsità dei profitti che ne consegue. Non solo, ma i transiti
dissonanti di Nettuno dalla casa terza-mezzi
di comunicazione, decreta un evento ritenuto fino a quel momento
impensabile: la televisione non trasmetterà più le prime due serate del
Festival (che verranno proposte dalla radio), riservando il "privilegio"
solo alla serata finale (ma nel '75 neanche quella verrà trasmessa per intero:
per sapere chi ha vinto bisognerà aspettare il telegiornale della notte:
ripicca della televisione di Stato per essere stata, con gli anni, sempre più
estromessa dalla gestione della manifestazione).
Nel '77 il Festival trasloca: dal Casinò al
Teatro Ariston: il transito di quadratura di Plutone a Mercurio in casa quarta
non sembra lasciar presagire uno spostamento facile, né tantomeno proficuo,
almeno agli inizi. Ma è pur sempre un transito di rottura, che segna la fine di
un'atmosfera un po' rétro, di cui era
intriso il salone delle feste. La rivoluzione solare di quell'anno (fig. 5) è
più esplicita: l'ascendente annuale cade nel mobile segno del Sagittario nella
casa terza natale (quella dei traslochi). Tutta la prima casa di rivoluzione
cade nella quarta radix, che simboleggia la residenza. Mercurio-spostamenti è anch'esso in prima casa,
la quarta annuale è sulla settima radix (contratto immobiliare); la Luna-abitazione si trova nel mobile segno dei
Gemelli; Marte, maestro di quarta in rivoluzione solare, si trova al perfetto
trigono di Giove nel Toro, segno degli immobili e in casa quinta-palcoscenico: ce n'è abbastanza.
Stavolta le indicazioni astrologiche sembrano abbondare: non potrebbe essere
diversamente, visto che il trasloco tocca molto da vicino l'egocentrico
Festival.
Segnali di ripresa si avvertono
nell'edizione del 1980, quando il livello delle presenze e delle canzoni si
alza (forse perché Saturno-autorevolezza
sta per transitare sull'ascendente e sulla propria posizione natale?). A
Roberto Benigni, però, scappa un "Wojtilaccio" e bacia in diretta
sulla bocca, per 45 interminabili secondi, la propria partner di palcoscenico,
Olimpia Carlisi. E, naturalmente, è subito scandalo. Anzi, "scandali".
Come nell' "affaire Jula De
Palma", anche in questo caso c'è lo zampino di Marte e di Giove in
dissonanza (stavolta in opposizione) dalla Vergine-pruderie verso Marte e Giove radicali nel santo e spirituale segno
dei Pesci. Ma il ritorno ai fasti avviene nel 1981, con la vittoria di Alice
che presenta Per Elisa, un brano di
Battiato e Giusto Pio, seguita al secondo posto da Loretta Goggi con Maledetta Primavera, che venderà moltissimo.
Altri successi di quell'edizione: Ancora,
di Edoardo De Crescenzo al proprio debutto, Caffè
nero bollente di una quasi esordiente Fiorella Mannoia, Sarà perché ti amo dei redivivi Ricchi e
Poveri, per la prima volta senza la bionda Marina Occhiena, Roma spogliata e Su quel pianeta libero, di due imberbi ragazzi che negli anni
seguenti diventeranno cantanti di successo: Luca Barbarossa e Michele Zarrillo.
In quell'anno Saturno ha terminato il primo giro completo dello zodiaco e
transita al trigono perfetto del Sole. Anche Giove transita in trigono al Sole,
mentre Urano forma un sestile con l'ascendente e presto lo formerà anche con
Saturno radix. La rinascita è avvenuta e le telecamere della Rai ritornano ad
accendersi per tutte e tre le serate (Urano si è appena affacciato nella casa
terza-mass media). Ma il sospetto di
"pastette" non viene fugato del tutto: basti pensare alla vittoria di
Riccardo Fogli che nell'82 fu addirittura annunciata con una settimana di
anticipo dalla copertina di TV Sorrisi e Canzoni. I giornalisti evidentemente
stufi dei giochi ambigui delle case discografiche, che manovrano le giurie,
istituiscono in quell'anno un proprio riconoscimento autonomo, il Premio della
Critica giornalistica, che viene subito assegnato alla magica Mia Martini
(quinta nella classifica delle giurie), interprete di una delle canzoni più
belle e sofferte mai presentate al Festival: E non finisce mica il cielo, firmata da Ivano Fossati.
Dagli anni '80 in poi nessun evento di
rilievo ha toccato la macchina sanremese: le serate della manifestazione sono
diventate quattro, poi cinque, poi ancora quattro. Si è visto l'ombelico della
Oxa, si è assistito a plagi e scandaletti di poco conto, sono arrivate le
aberranti votazioni tramite il Totip e, meno male, sono scomparse. Degli ultimi
Festival mi piace ricordare quelli organizzati da Adriano Aragozzini fra l'89 e
il '92 (quest'ultimo a mezzadria con Ravera e Bixio), i migliori mai proposti.
È merito di Aragozzini se al Festival sono ricomparsi i big, se è stato abolito
definitivamente il vergognoso playback
e sono ritornate le orchestre con relativi direttori. La mia simpatia verso
Aragozzini non è motivata tanto dal fatto che, come me, sia nato il 3 luglio
(piazzando dunque il proprio Sole natale nella decima casa del tema del
Festival, quasi congiunto all'Urano sanremese), quanto al fatto che ha saputo
davvero rinnovare la manifestazione, portandola ai fasti che meritava e dandole
credibilità. Dice di lui Gianni Borgna: Aragozzini è un personaggio magari un po'
strambo, ma sicuramente competente e pronto a rompersi l'osso del collo pur di
rianimare una manifestazione ormai esangue. E i risultati si vedono.
Concordo pienamente.
Nel '90, complice un transito di sestile di
Nettuno a Mercurio in casa quarta del tema del Festival (e un bel Giove in
Cancro e in casa quarta di rivoluzione), Aragozzini sposta la manifestazione
fuori dalla città di Sanremo, in una megastruttura denominata
"Palafiori", dalle scenografie immense e suggestive, dove si esibisce
un cast di prim'ordine che contempla di nuovo i cantanti stranieri (i quali stavolta
si fanno onore e vengono meritatamente considerati, grazie al citato sestile di
Nettuno a Mercurio, maestro della casa nona-stranieri
e alle ultime battute del transito di Giove in casa nona).
Il resto è storia d'oggi. Il Festival
continua a fare notizia, è divenuto ormai un fenomeno di costume, calamita
milioni di telespettatori, fa vendere dischi, copie di giornali, spazi
promopubblicitari televisivi e crea personaggi famosi, non solo fra i cantanti,
ma anche fra i conduttori e le conduttrici (chi conosceva, ad esempio, Claudia
Koll e Sabrina Ferilli prima che presentassero il Festival? Forse solo un
gruppo ristretto di intimi). Sicuramente nelle prossime edizioni altri scandali scoppieranno (d'altronde sono,
per usare un luogo comune, il pane del Festival), lacrime e sorrisi bagneranno
e illumineranno le quinte, alcune nuove star della canzone nasceranno. Ci sarà
ancora chi snobberà il Festival e chi lo seguirà con interesse. Ma una cosa
sembra certa: il Festival non morirà mai. E continuerà ad essere protagonista
indiscusso delle cronache di fine febbraio di ogni anno. Perché questo? Ma è
ovvio: perché Sanremo è Sanremo. Rararà...
Appendice:
Il saccheggio dello zodiaco
(ma sono solo canzonette...)
Come molti altri settori della comunicazione,
anche quello della discografia ha attinto spesso a piene mani dal vocabolario
astrologico, sia nella formulazione dei titoli delle canzoni sia nella stesura
dei testi. Il Festival di Sanremo non è stato da meno, proponendo fin dalla
prima edizione una struggente La Luna si veste d'argento gorgheggiata
da Nilla Pizzi e da Achille Togliani (piazzatasi al secondo posto dopo
l'arcinota Grazie dei fior). Per
ritrovare la Luna citata in un titolo bisognerà aspettare l'edizione del 1955,
nel corso della quale dall'ugola di Jula De Palma e di Bruno Pallesi (chi non
lo ricorda...) usciranno le note di Che fai tu luna in ciel. Nel '56
Gianna Mazzocchi propone Ho detto al sole, ma nel '59,
l'astro della notte ritorna protagonista in una canzone dal titolo alquanto enigmatico:
La
luna è un'altra luna proposta da Natalino Otto e da Gino Latilla. Forse
nemmeno le giurie la capiscono, perché non entra in finale. Così come non entra
in finale, sempre nello stesso anno, Né stelle né mare, intonata da Arturo
Testa, Fausto Cigliano e Wilma De Angelis: evidentemente il firmamento non
tira. Ma gli autori non demordono e cambiano astro: nell'edizione sanremese
successiva, infatti, Johnny Dorelli e Betty Curtis propongono Amore
senza sole, che si perde (per l'appunto) nel buio delle eliminatorie e
non entra in finale. Maggior fortuna arride invece nello stesso anno alla
luminescente Splende il sole cantata da Fausto Cigliano e Irene D'Areni che
approdano alla serata conclusiva. Nel '61 è la volta di Lady Luna, cantata da
Miranda Martino e da Jimmy Fontana e di Notturno senza luna del maestro
D'Anzi, interpretata da Aura D'Angelo e Silvia Guidi (delle quali certamente
tutti ci ricordiamo). Ma nemmeno stavolta il satellite entra nell'orbita della
finale. Ci va però una pimpante Jenny Luna, che in coppia con Mina intona Le mille bolle blu. È già qualcosa.
Nel '62 Joe Sentieri e Aurelio Fierro
interpretano la cosmetica Cipria di sole che entra in finale;
Jenny Luna e Germana Caroli, dal canto loro, propongono Conta le stelle, che però
non conta molti estimatori fra le giurie: bocciata. L'edizione del '63 lascia a
casa stelle e pianeti; quella del '64, invece, propone la filo-partenopea Sole,
pizza e amore, nell'interpretazione di Aurelio Fierro e Marina Moran, e
Sole
sole dalla voce di Laura Villa e degli Hermanos Rigual. Nessuna delle
due canzoni accede alla finale. Lunghi anni senza sole, senza luna e senza
stelle, poi nel '69 due cantanti che sono senz'altro rimasti nei nostri cuori,
Checco ed Elio Gandolfi, ci provano con Il sole è tramontato, che decreta
(titolo profetico) il tramonto della loro carriera appena iniziata, visto il
totale disinteresse delle giurie e del pubblico nei loro confronti. Nel '70 la
bizzarra accoppiata Luciano Tajoli-Mal dei Primitives presentano l'atmosferica Sole,
pioggia e vento che evidentemente piace ai giurati, poiché entra in
finale.
Nel '73 Fausto Leali presenta La
bandiera di sole, suggestiva ballata in odor di pacifismo e fratellanza
che colpisce pubblico e giurie ed entra in finale (in terza media la cantavamo
tutti a squarciagola nella gita in pullman a San Marino). Nel '74 è la volta
dei Middle of the road, pittoresco gruppo anglosassone che propone Sole
giallo (entrata in finale).
Nell'urticante edizione del '75, attinge
alla terminologia celeste una certa Nannarella (nulla a che vedere con la
Magnani, scomparsa già dal '72) con Sotto le stelle, che evidentemente
devono esserle piovute addosso alla stregua di Deep Impact, visto che nessuno sentirà mai più parlare di lei (e di
quasi nessuno dei partecipanti a quella edizione). Nel '76, si affida al cielo
(in tutti i sensi) un gruppo di sconosciuti, gli Armonium, che propongono Stella
cadente. Ma a San Lorenzo mancano ancora 6 mesi e il loro desiderio di
successo viene irrimediabilmente deluso. Pausa stellar-canora di due anni, nel
corso dei quali gli astri perdono la loro grande occasione, poiché tutte le canzoni
entrano di diritto in finale. Pazienza. Nel '79 fa il suo ingresso sul palco
del Festival una certa Roberta che propone La pioggia, il sole: accesso negato
alla serata finale. Va meglio, l'anno dopo, a Orlando Johnson (fratello del più
celebre Wess, il partner canoro di Dori Ghezzi) che con Il sole canta entra in
finale. Nell'81 Sebastiano Occhino (come dimenticarsi di lui?), canta Bianca
stella, che non va oltre la prima esecuzione. In quell'anno, invece, un
giovane Michele Zarrillo, propone la struggente Su quel pianeta libero,
che, meritevolmente, accede alla serata finale. Nell'83 entra in finale Movie
star, dei Passengers, un lezioso quartetto formato da due bellone e due
aitanti giovanotti, i quali non brillano certo per potenza dei mezzi vocali.
Finalmente il nostro bianco satellite ottiene la propria rivincita nell'84, con
Fiordaliso che intona un po' sulla difensiva Non voglio mica la luna,
brano che scalerà la hit parade di quel periodo. Va bene anche a Valentino (che
non è lo stilista) il quale guadagna la finale con Notte di luna. Nell'85 è
la volta di Silvia Conti con Luna Nuova: non entrerà in finale e
nessuno, al di fuori della famiglia e dei suoi amici, sentirà mai più parlare
della cantante. Rettore guadagna la serata finale dell'edizione 1986 con Amore
stella, un brano costruito su misura per le sue notevoli doti vocali.
Merita una menzione anche Aida Satta Flores, la quale nello stesso anno propone
Croce
del Sud, che è pur sempre il nome di una stella, ma che rappresenterà
comunque una vera croce per la cantante, visto che non entrerà in finale e non
canterà mai più (almeno non in manifestazioni della stessa rinomanza del Festival).
Finalmente una new entry nel panorama
dei termini astrologico-canori: è Madonna di Venere, titolo
rinascimental-pagano di un brano presentato nell'edizione 1987 da Mario
Castelnuovo, sensibilissimo cantautore che negli ultimi anni si è purtroppo perso
per strada. Dall'87 in poi (ad eccezione delle edizioni del '92 e del '93)
tutti i brani accederanno alla finale. Nell'88 i Matia Bazar, ormai sul punto
di perdere la raffinata e dotata
Antonella Ruggiero, interpretano La prima stella della sera, motivo
qualitativamente inferiore ad altre composizioni del gruppo. Per ascoltare la
canzone più bella (a mio parere) della storia del Festival, dedicata ad un
astro, bisogna aspettare il 1991, anno in cui Pierangelo Bertoli, accompagnato
dal gruppo dei Tazenda, presenta Spunta la luna dal monte, canzone
dalle sonorità suggestive e dal testo poetico, quest'ultimo composto sia in
italiano sia in sardo: dopo anni che non accadeva, il pubblico richiama una
seconda volta gli interpreti sul palco dopo l'esecuzione del brano e riserva
loro una calorosa e lunga standing
ovation. Nel '93 pubblico e giurie restano sordi a La voce delle stelle
proposta da Peppino di Capri, mentre nel '95 Troppo sole, raffazzonato
motivo presentato da una pur simpatica Sabina Guzzanti con la Riserva Indiana,
non lascia tracce (men che meno luminose). Chiudono la galleria nel '97, in
perfetta par condicio fra i luminari,
due cantanti toccati da profonde tragedie familiari: Loredana Bertè con Luna,
un disperato inno alla solitudine, e Al Bano, con Verso il sole,
esortazione ad andare avanti nonostante tutto.
Bibliografia
-Gianni
Borgna, L'Italia di Sanremo,
cinquant'anni di canzoni, cinquant'anni della nostra storia - Collana LE
SCIE Mondadori, Milano
-Gigi
Vesigna, 1951-1989 Sanremo racconta -
Edizioni TV Sorrisi e canzoni, Milano